Nei primi anni del Ginnasio, l’eloquenza, non disgiunta da persuasività, di alcuni “compagni” più grandi, mi avvicinò ad un gruppo che, in quegli anni (1978 e precedenti), aveva già scritto monumentali pagine di rock e si poneva allora in ambiti più commerciali. “Turn it on again” era il singolo, estratto dall’album Duke che la band, capitanata da Phil Collins, portò al successo nell’estate del 1980 e che in molti, tra i puristi del prog avevano etichettato come una “boiata” pazzesca. Io invece sono grato a Phil e alla sua Turn it on again perché senza l’ascolto di quella canzone, durante la lunga estate, non avrei incontrato l’estro e la fantasia dei Genesis dei primi anni ’70. Il disco del quale mi innamorai e che mi avvicinò al portento del rock progressivo fu “Selling England by the pound”, album del 1973. Era il quinto album della Band, avente come frontman un ispiratissimo Peter Gabriel, accompagnato dall’estro chitarristico di Steve Hackett, dalla vena compositiva di Tony Banks, dal cambio di velocità e dal tecnicismo del batterista Phil Collins, dalla poliedricità di Mike Rutheford, prima al basso, poi, dopo l’addio di Steve Hackett, alla chitarra. Ogni brano di questo splendido album ha una propria identità e può essere annoverato, senz’altro, tra i pilastri del rock progressive, ma quello che ha lasciato in me una traccia indelebile è Firth of Fifth con musica e testi di Banks e Rutheford. Già il titolo ha un fascino particolare: prende spunto da un emissario del fiume Forth che attraversa la Scozia centrale, Firth of Forth (tradotto con molta generosità: fiordo del quarto). Tra il serio e il faceto Banks generò un Firth of Fifth (un fiordo del quinto, comunque intraducibile) e lo pose alla base della musica che ormai da due anni stava componendo. Firth of Fifth è un capolavoro: dieci minuti di musica caratterizzata da una rara complessità melodica, armonica, ritmica e strutturale, impreziosita da testi nei quali la vita è vista come un percorso già tracciato, come quello di un fiume che nasce, scorre e termina la sua corsa nel mare. Il brano ha una struttura complessa che comprende il preludio al pianoforte di Banks, la voce e l’assolo al flauto di Gabriel, lo sviluppo del tema al pianoforte, il sintetizzatore (sempre di Banks), i tre minuti di assolo di chitarra elettrica di Hackett, uno dei monumenti chitarristici della storia del rock, la ripresa del canto di Gabriel e la coda di pianoforte di Banks che sembra quasi riportarci laddove tutto ha avuto inizio. Una struttura così articolata e complessa necessita, ne sono convinto, di un abbinamento strutturato e capace di resistere al tempo, come il Nebbiolo. Un vino pieno e robusto, con profumo ampio e intenso, il cui sapore è armonico e persistente, proprio come l’articolata suite di Banks e soci. Per questo abbinamento ho scelto un Nebbiolo della cantina Cà Neuva, “un vino il cui colore si accosta ad un rubino con riflessi granata. Delicato con sentori floreali e fruttati di piccoli frutti di bosco e lamponi. In bocca risulta pieno e avvolgente, caldo e con un buon equilibrio tannico e astringente; molto intenso e persistente su tutta la bocca” (www.caneuva.com). Che l’ascolto e la degustazione abbiano inizio, per un abbinamento ricco e imperituro……
Fonti: Matematica Rock di Paolo Alessandrini.



Ottimo abbinamento per contemplare e meditare con le note di uno dei pezzi più iconici dei Genesis.
Teniamolo presente nella prossima rassegna.