Avevo 6 anni quando mio Papà mi portò per la prima volta al Teatro dell’Opera di Roma. Era in programmazione la Bohème. Sei anni, quindi, per iniziare a partecipare ad una ritualità che si componeva in diverse fasi. La scelta del giorno, quasi sempre il sabato, il viaggio da Bracciano a Roma con i Nostri Cari Amici di famiglia, fini intenditori, veri e propri melomani. Poi l’acquisto del biglietto, direttamente al “botteghino” del Teatro (eh sì, non c’era bisogno di prenotare, il posto si trovava sempre, con una spesa di circa 1.000 lire, pari alla visione di un film nelle varie sale cinematografiche). Il posto “riservato” in teatro era sempre il “loggione”, il cuore pulsante e passionale del mondo operistico, frequentato da persone preparatissime che conoscevano a memoria il libretto dell’opera (all’epoca non c’erano i maxischermi con le parole delle “arie”). E poi, comunque, nel loggione un po’ di caciara era ammessa. Anche i generi di conforto (lupini, pistacchi, mandorle…) trovavano posto in quel luogo. La trama dell’opera ci veniva spiegata in auto, in avvicinamento verso Roma. Più la trama era intricata, più l’Opera mi interessava. Ma in genere le trame delle Opere hanno sempre qualcosa di ingarbugliato.
La visione e l’ascolto dell’Opera imponeva che alla fine di una certa “aria” famosa il pubblico decretasse il trionfo o il fallimento del protagonista. Non ricordo episodi di clamorosi insuccessi, quindi o sono stato fortunato ed ho assistito sempre a rappresentazioni con eccellenti cantanti, ovvero il pubblico era troppo buono. Preferisco la prima ipotesi! E comunque il gioco, tra noi bambini, era quello di applaudire fino all’ultimo, proprio fino all’attimo prima che l’Orchestra riprendesse a suonare. A volte qualcuno andava “lungo” e la musica o le parole erano accompagnate per qualche secondo da un clap, clap fuori tempo (!?) Orbene, il rituale si completava, al termine della rappresentazione, con l’immancabile passaggio alla pizzeria “al taglio” nei pressi del Teatro.
Con queste premesse, potete immaginare che l’evento operistico fosse da me atteso con gioia immensa. E qualcosa, nel corso degli anni, quel rituale è riuscito a trasmettermi.
L’Arena Opera Festival è forse l’evento che più di ogni altro caratterizza la passione per questa forma d’arte. Parteciparvi rende ancora più vicino il passato al presente, nel ricordo anche di coloro che non ci sono più e mi hanno avvicinato alla lirica. Con largo anticipo (aprile) prenotiamo i posti sulle gradinate dell’Arena (il loggione open, in pratica). Arriviamo a Verona il venerdì e le condizioni meteo sono ottime (gran caldo sì, ma comunque cielo sereno), in peggioramento per il sabato, giorno della Nostra Bohème. Nuvoloni grigi, carichi di pioggia, si intravedono in lontananza, quando prendiamo posto sulle gradinate. Alle 21.15 l’opera ha inizio. Il tempo di sentire Rodolfo cantare “Nei cieli bigi”, e “Che gelida manina”, Mimì rispondere con “Mi chiamano Mimì”, accompagnata da tuoni e lampi che nel frattempo si sono spostati sul centro di Verona, e via, tutti al riparo. Fulmini, saette, grandine….Situazione “melodrammatica”. Sono le 21.45, il primo atto non è ancora terminato. Alle 22.30 i primi spettatori, in un impulso di disillusione prendono la via dell’uscita, mentre fuori continua la sinfonia della grandine. Alle 23.30 la pioggia diminuisce d’intensità e ci allontaniamo per imboccare la via dell’albergo. Un annuncio diffuso nell’Arena frena la nostra “rassegnazione”. Alle 00.15 ci sarà un nuovo aggiornamento per verificare le condizioni per poter proseguire la rappresentazione. Intanto rientriamo in Arena e prendiamo la via della platea….i posti ci sono. Alle 00.15 nuovo peggioramento e nuova forte pioggia. Le poche certezze iniziano a vacillare. L’interno dell’Arena sembra una comune hippie: chi gira scalzo, chi in abiti improvvisati dopo la “lavata”, chi dorme appoggiato alle spesse mura, chi si è appropriato del bar, sorseggiano drink più o meno alcolici. Anche questo fa parte dello spettacolo. Ma alle 00.45 nuovo annuncio, la perturbazione sembra passata: alle 01.00 lo spettacolo riprenderà. Mitiche le Maestranze che lavorano sodo per ripristinare la scena ed asciugare il palco. Applausi scaccianuvole prima di riprendere “O soave fanciulla” e concludere il primo atto. Atto secondo: il concertato in “Quando men vo”, il famoso valzer di Musetta è qualcosa che ogni volta mi lascia a bocca aperta. Quell’intreccio di voci dei vari protagonisti, ciascuno seguendo la propria melodia, ha per me un fascino particolare. Forse soltanto i Queen, in ambito rock, hanno provato qualcosa di simile (Bohemian Rapsody). Atto terzo: Mimì e Rodolfo si separano: “Addio dolce svegliare alla mattina”. Atto quarto: “Vecchia Zimarra senti”, il filosofo Colline che vende il cappotto per aiutare Mimì e infine la morte di Mimì….il dramma è compiuto. Appalusi a tutti, per la bravura ma anche per aver ripreso a cantare e suonare dopo oltre tre ore d’interruzione. Soddisfazione per avere resistito alle intemperie, soprattutto con una buona dose d’ottimismo, che, sono convinto, ci ha consegnato questa bellissima e forse unica esperienza musicale. E chiedo scusa per aver, una volta, tradito il loggione per la più comoda platea!

ore 00.45 lo spettacolo sta per riprendere…dalla Platea.

ore 02.45, lo spettacolo è finito.

ore 03.00. Salutiamo l’Arena.
Il valzer di Musetta.


CHE COSTANZA E CHE TENACIA! MALEDETTA PIOGGIA. IO NON CE L’AVREI FATTA.
Bravi!! Eroici!!
Grazie, per la Bohème era un obbligo.