Un rosso nel tunnel

Nel 1980 avevo quindici anni e, seguendo rigorosamente le indicazioni di un mio compagno di classe (e di banco), a cui ho sempre riconosciuto il merito di avermi iniziato alla musica che conta, quella indimenticabile e immortale (diciamo che è stato il mio mentore in questo campo), mi stavo addentrando gradualmente in quel mondo da “adulto” che ascolta musica impegnata. E così iniziai il mio percorso, o meglio, i miei percorsi: innanzitutto i Beatles, pietra miliare, fondamentale per iniziare a capire il tutto (almeno dalla metà degli anni ’60 in avanti). I Rolling Stones no, il mio amico non li amava troppo, per cui sono cresciuto anch’io con questo stigma. Poi il country rock di Neil Young (e di Crosby, Stills e Nash), l’hard rock dei Led Zeppelin (meno i Deep Purple, assolutamente no l’Heavy metal), il country – folk – rock della west coast degli Eagles (e poi gli America). Poi Santana, Mike Oldfield, David Bowie, i Supertramp. I Queen no, troppo sofisticati in sala di incisione. Diceva (il mio compagno di banco) che usavano troppe “piste” e pertanto la vena artistica era corrotta da un che di artificiale, era meno spontanea e creativa, meno immediata e genuina. Ed infatti, in un primo tempo, non me ne curai troppo di Freddy & Co.. Recupererò da solo negli anni a venire. Infine, raggiunto un pizzico di maturità, mi introdusse a ciò che più mi piacerà: il rock progressivo e, dunque, i King Crimson, i Pink Floyd, i Jethro Tull, gli Yes e, soprattutto, i Genesis. Da queste premesse è sopraggiunto tutto il resto. Acquisite le ali, ho spiccato il volo verso nuovi orizzonti e nuove frontiere. Sicché, in quel periodo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80, impegnato com’ero a “studiare” ed a capire, non badavo ai “contemporanei”. L’operazione che eseguivo automaticamente era quella di comparare i gruppi nascenti con le band storiche che mi erano ormai entrate nelle vene. E pochi riuscivano a superare la prova. Però, non si poteva non considerare il nuovo che avanzava unicamente per pregiudizio. Stavamo entrando nell’era del pop e finanche le tradizionali formazioni del prog avevano iniziato a virare verso questo genere che garantiva una maggiore commercializzazione alle loro produzioni artistiche. Per cui iniziai a guardare con curiosità ad alcune band. Ormai avevo i mezzi per potermi orientare. Mi colpirono i Police, tant’è che il primo 33 giri che acquistai fu Zenyatta Mondatta, addirittura prima di Harvest di Neil Young (che fu il secondo). All’epoca, in effetti, comprare un vinile era un’opzione quasi di lusso per un ragazzo adolescente che con le mancette settimanali dei genitori non poteva permettersi acquisti impegnativi (un LP costava 6.000 – 6.500 lire; un quotidiano 200 lire). Bisognava ripiegare sulle cassette e affidarsi per la registrazione al generoso prestito dell’amico che aveva acquistato il disco più o meno fortuitamente (o perché lo aveva ricevuto in regalo al compleanno). Se andava bene, quell’amico avrebbe rivisto quel disco dopo almeno una settimana poiché avrebbe dovuto aspettare il completamento del giro tra tutti noi che dovevamo provvedere alla sua registrazione in cassetta. E così, in virtù delle limitate risorse, difficilmente tutti possedevano il medesimo disco. Infatti, al di là dei gusti personali, ognuno ne aveva uno diverso in modo da rendere più ampio il ventaglio delle disponibilità e poter consentire il ricorso vicendevole alla preziosa pratica della registrazione solidale in cassette vergini. Quando nel 1980 uscì Making Movies, nessuno di noi sapeva chi fossero i Dire Straits, che avevano peraltro già inciso due album. Fu l’amico Vincenzo che, in una delle occasioni in cui ci si ritrovava a casa di uno o dell’altro a cazzeggiare ascoltando musica “colta” (altro che play o smart phone), tirò fuori dal suo scaffale questo LP dalla copertina rossa, bordato – solo in un lato – da una stretta banda color turchese. Lo ricordo benissimo. Lo ascoltammo e ne rimanemmo entusiasti già dal primo ascolto. Me lo presti? Fu l’ovvia richiesta, ancor antecedente all’acquisto della necessaria cassetta. E Making Movies seguì la sorte di molti altri LP, inciso su quella sottile striscia di nastro di una economicissima cassetta, passando di mano in mano, compiendo l’ampio giro di case e giradischi, finché la sua registrazione andò a beneficio di tutti. L’unico a detenere quel vinile rimase Vincenzo, a cui ancor oggi riconosciamo la scoperta di questa band.

Tre anni prima, nel 1977, un giovane giornalista e insegnante di letteratura che amava scrivere canzoni e suonava meravigliosamente la chitarra, fondava i Dire Straits, un gruppo rock inglese influenzato radicalmente dal “Tulsa sound”, un sottogenere che miscela in modo eccellente country, folk, rockabilly, rock’n’roll e blues. Si chiamava Mark Knopfler, suonava la chitarra con tecnica sopraffina concedendo una serie di virtuosismi che ancor oggi meravigliano chi li ascolta. Era il leader assoluto della band e, oltre a suonare magistralmente la chitarra, era la voce del gruppo e l’autore dei brani. Gli altri membri della band erano il fratello David Knopfler (chitarra), John Illsley (basso) e Pick Withers (batteria). Negli anni seguiranno diversi avvicendamenti e integrazioni: Alan Clark alle tastiere, Hal Lindes alla chitarra, Terry Williams alla batteria e Guy Fletcher di nuovo alle tastiere. Il gruppo si pose controcorrente ai generi che stavano imperversando in quel periodo dominato dal post-punk, dalla new wave, dal soft rock ed ancora dalla disco music. Ma i Dire Straits riuscirono ad affermarsi in virtù delle loro sonorità originali e subito riconoscibili che ben si inserirono nel pop del momento. Dopo i primi due album (Dire Straits del 1978 e Communiqué del 1979) giunse l’opera migliore che portò il gruppo allo zenith della sua produzione artistica. Nel 1980, infatti, usciva Making Movies, terza prova in studio che segnò il cambio di stile e di passo di Knopfler e compagni. La band abbandonò il sound dei primi due album, a tratti suadente, intriso di folk-rock e country con accenti blues. Questo terzo lavoro si aprì con disinvoltura e prepotentemente al rock, a sonorità più complesse e rotonde che in certi momenti sfiorarono il prog. Fu una svolta decisiva che non verrà più abbandonata. Making movies è ancora considerato il miglior disco concepito dalla mente di Mark Knopfler, il primo in cui non è presente il fratello David che abbandonò il gruppo durante le registrazioni. Il disco si apre con il brano che diverrà il marchio di fabbrica della band, il più iconico: Tunnel of love. Testo molto poetico che tratta il tema della solitudine, dell’incomunicabilità, della sofferenza e dell’amore come mezzo di evasione dalla quotidianità. Una traccia che supera gli otto minuti che, in esordio, non lascia presagire l’esplosione di ritmo che poi diverrà travolgente nel segno di una lunga cavalcata. La traccia ha inizio con un giro di pianoforte che Roy Bittan, tastierista di Bruce Springsteen, esegue riarrangiando il tema principale di The Carousel waltz, tratto dal musical Carousel (del 1945) di Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II. Pertanto, niente a che vedere con l’inizio timido, ritmico e cadenzato in salsa blues di Down to the waterline o di Once upon a time in the west. La chitarra elettrica di Knopfler diviene man mano la protagonista assoluta, così nervosa, tagliente e raffinata. Il brano esplode in un groove irresistibile, in un continuo crescendo di suoni ed armonie, in cui tastiere e sintetizzatori si fondono con maestria, sostenuti da una sezione ritmica tumultuosa che accompagna i plurimi riff di chitarra trascinanti fin da subito. Il pezzo si conclude con un leggendario assolo che dura oltre due minuti. Gli altri titoli dell’album non sono da meno. Romeo and Juliet è la seconda track per importanza dell’album, quella che assieme a Tunnel of love contrappunta la storia dei Dire Straits.È fortemente caratterizzata dall’arpeggio di Knopfler eseguito con una chitarra resofonica che gli assicura un volume maggiore grazie alla cassa di metallo e al cono interno che ne amplifica il suono rendendolo così unico e inconfondibile. Il testo, invece, ha una notevole carica poetica e richiama il tema dell’amore, come nella tragedia di Shakespeare, sebbene qui si narri la storia di un amore perduto, non corrisposto o forse evaporato. Il protagonista è un innamorato illuso che si ostina a credere che il suo sentimento esista ancora. In Skateaway, dopo l’intro crescente e ovattato della batteria, le tastiere primeggiano e sulla loro scia Knopfler naviga dolcemente con la sua chitarra Fender. La protagonista della canzone è una ragazza che fila sui pattini tra il traffico di una metropoli isolandosi dal trambusto grazie alla musica che ascolta in cuffia. Expresso love è uno dei pezzi che più preferisco con il suo inizio impetuoso, un giro rockeggiante della chitarra di Mark che crea molto groove. Tastiera e chitarra – poi – duettano magnificamente fino all’assolo di chitarra molto pulito e piacevole di circa due minuti e mezzo. Hand in hand è una ballata mesta e romantica che racconta un amore che si è concluso. Anche in tal caso chitarra e tastiere giocano con complicità e delicatezza galoppando onde lievi e dolci. È una bella canzone che a me piace molto. L’effervescente Solid rock fa coppia con Expresso love e trasmette un’energia epidemica, fresca e spiritosa, con la solita chitarra di Knopfler che la fa da padrone. Il pezzo non è molto impegnativo ma è comunque divertente e si ascolta con gusto, specie nelle occasioni live. Anche qui si distingue il mutamento del sound rispetto ai primi due dischi. Le sonorità rock arrivano in tutta evidenza e il ritmo si fa sempre più intenso e veloce. L’album si chiude con Les boys, pezzo senza infamia e senza lode che, onestamente, abbassa l’alta qualità complessiva del disco. Infonde tristezza e malinconia anche per la voce di Knopfler che accompagna lentamente, con tonalità sempre più basse, la chiusura della canzone e, contestualmente, dell’intero album. Sinceramente, il finale meritava qualcosa di meglio vista la personalità e la debordante bellezza degli altri pezzi. Con oltre otto milioni di copie vendute, Making movies è il primo disco dei Dire Straits che scala le classifiche mondiali. Solo in Italia raggiunge le 700 mila copie è diviene l’album più venduto in assoluto nel 1981. Resterà al primo posto in classifica per quasi quattro mesi di fila.  

Se parliamo di primati di vendita, di effervescenza, di “roba” frizzante, divertente e di freschezza – come lo sono Tunnel of love, Expresso love e Solid rock – allora al nostro brioso Making movies non possiamo che abbinare un bel Lambrusco. È il vino rosso più venduto in Italia, come lo fu Making movies, ed è appunto rosso come la copertina dell’album. Si beve leggermente fresco ed è frizzante. Porta gioia, esuberanza, favorisce la convivialità, ma nel contempo la semplicità e la genuinità. Proprio come le canzoni di Knopfler. Un accostamento tra vino e vinile perfetto. Il suo profilo aromatico è ricco di frutti rossi, di fragole, ciliegie, mirtillo, mora e lamponi come il sound della chitarra di Mark. E la fragranza invitante che sprigiona rende il tutto piacevole al palato grazie ad una nota di dolcezza naturale che si sposa con l’acidità. Un mix di persistenza aromatica fine e fruttata che ci regala un finale piacevolmente euritmico, con ritorni di frutti rossi e di una delicata vena speziata unita ad una leggera e gustosa sapidità e ad una tannicità morbida. La stessa sintonia, con la sua armonia gradevole, che si crea tra la chitarra e le tastiere di Making movies che monta fino a tracimare in una gasata vivacità del sound così come la rubiconda spuma frizzante di bollicine che ci pervade e ci inebria. Apriamo dunque questo LP a mò di busta e sfiliamo il disco. Lo adagiamo sul piatto e poggiamo con delicatezza la puntina. Al nostro fianco un fresco bicchiere di Lambrusco, nettare rosso profumato che già si trova mosso di suo all’esordio delle prime note di chitarra. Il nostro sorso diverrà dinamico e scorrevole come l’ascolto di questo capolavoro. E quindi, così come Andrea Bacci, medico di Papa Sisto V, qualche secolo addietro affermò che “sulle colline di fronte alla città di Modena si coltivano lambrusche uve rosse che danno vini speziati, odorosi, spumeggianti per auree bollicine, qualora si versino nei bicchieri”, possiamo ora ricordare che a Deptford, borgo londinese a sud est della metropoli, si sono ideate, scritte e realizzate canzoni fresche ed effervescenti che ancor oggi spumeggiano ad ogni assolo di chitarra e ad ogni arpeggio una volta che si adagino su un giradischi e si alzi adeguatamente il volume.

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2 commenti a “UN VINO E UN VINILE”

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