Tutto ebbe inizio 2 anni prima: il 18 giugno 1967 Jimi Hendrix, al termine dell’esibizione al Monterrey Pop Festival con la Jimi Hendrix Experience, diede fuoco alla sua Fender Stratocaser, immolandola all’altare delle grandi performance chitarristiche. Presentato da Brian Jones, Hendrix salì sul palco del Festival per la sua prima apparizione negli States, dove era una specie di figura mitologica, nel pieno della Summer of love che aveva trovato dimora a San Francisco, con il sottofondo musicale di Scott McKenzie: “San Francisco (Be Sure to Wear Flowers in Your Hair)”. S’inizia subito forte, con una Killing Floor isterica e sfrontata. Non è solo la chitarra di Jimi, è la batteria di Mitch Mitchell che raddoppia, triplica il tempo, è il basso solido di Noel Redding che rimbomba, entrambi in dialogo continuo con la chitarra di Hendrix. A seguire suonarono, anzi interpretarono, Foxy Lady, Like A Rolling Stone, omaggio al mito Bob Dylan, Rock Me Baby del grande bluesman B.B. King, Hey Joe, cover dei The Leaves, Can You See Me, The Wind Cries Mary e Purple Haze. Jimi chiuse quell’esibizione lasciando il pubblico esterrefatto ed in stato di shock: interpretò Wild Thing con estrema enfasi, tramutata in violenza, riservata alla chitarra sbattuta di qua e di là, spezzata in due e infine incendiata. Nessuno dei presenti aveva mai visto né sentito una cosa del genere.
La consacrazione del Mito era già in essere e si completò definitivamente il 18 agosto 1969, alle ore 8 del mattino. È già lunedì. Jimi Hendrix sale sul palco di Woodstock, che “ufficialmente” doveva concludersi il giorno prima. Woodstock, il festival organizzato in pochi giorni da due giovani imprenditori Michael Lang e Artie Kornfeld nelle intenzioni dei quali, aiutati dai finanziatori Joel Rosenman e John P. Roberts, c’era la necessità di reperire i fondi per aprire uno studio di registrazione nella vivace cittadina dello stato di New York. Niente di meglio quindi che organizzare “il più grande concerto di tutti i tempi”!! E non a Woodstock, come per semplificazione comunicativa si continua a raccontare, bensì nella fattoria di tale Max Yasgur, allevatore di Bethel, località a circa 70 chilometri da Woodstock. Oltre mezzo milione di persone seguirono il festival, accettando di sfidare le intemperie, la paralisi del traffico causato dalle lunghe code di auto dirette alla fattoria, nonché le precarie se non inesistenti condizioni igieniche. Quel 18 agosto, di quelle 500 mila persone presenti, ne sono rimaste poco meno della metà, troppo poche per una star come Jimi. Eppure, non appena inizia a far vibrare la sua Fender Stratocaster la folla si scatena, scivolando in un’atmosfera surreale, nel rinnovellare il motto del festival “pace, amore e musica”. Un’intera generazione è pronta ad accogliere il gesto ribelle di un pacifista, che con la sua trasfigurazione di The Star-Spangled Banner, l’inno degli Stati Uniti d’America, lascerà una vibrante testimonianza della controcultura dell’epoca.
C’è molta tensione. I continui ritardi dovuti alla pioggia hanno fatto slittare l’esibizione di Jimi Hendrix al giorno dopo. Nel backstage il nervosismo è ancora alle stelle e non solo perché la folla è meno della metà. Solo un mese prima, il power trio della Experience si era sciolto per l’abbandono del bassista Noel Redding, sostituito al volo con Billy Cox. Le prove non erano andate bene e sembrava essere venuta meno la solita armonia nel gruppo. Jimi Hendrix sale sul palco per esibirsi in una delle performance più lunghe della sua carriera e, nonostante la stanchezza, riesce a correggere lo speaker e a presentare la nuova formazione: “Abbiamo deciso di cambiare tutto e di chiamare la band Gypsy Sun and Rainbows. Per farla breve, prendeteci un po’ come un gruppo di gypsy!”. Le prime note sono quelle di Message To Love, l’intro perfetta per risvegliare gli animi. La folla reagisce abbandonandosi alla musica e, brano dopo brano, l’atmosfera si scalda, in un clima di euforia generale. Niente può intralciare quel momento perfetto, né il fango né la fame. E tutto sembra già leggenda. I presenti lo sanno. E forse anche lo stesso Hendrix, che impassibile continua a suonare anche senza una corda. Dopo circa due ore di musica e 14 brani, partono le prime note dell’inno americano: The Star-Spangled Banner. L’inno è completamente stravolto. Rumori simili a esplosioni, bombardamenti e boati, usciti unicamente dalla sua Fender Stratocaster, emergono dalle sue magiche dita. Riesce anche a ricreare il suono di un fucile che spara colpendo velocemente le corde della chitarra. La forza che ne scaturisce è così possente da risucchiare tutta la spensieratezza degli ultimi giorni all’interno di uno spaventoso buco nero. Improvvisamente, in pochi minuti, Woodstock e il Vietnam diventano facce rovesciate di una stessa medaglia. Mai così vicine. Sulla leggerezza spirituale di Bethel, ma in generale, su quel sogno irreale fatto di speranza, cade il macigno dell’insensatezza della guerra. Dura pochi minuti. Ma quello che ne rimarrà, consumata l’ultima nota, sarà la fotografia perfetta dell’anima degli States alla fine degli anni Sessanta. Nelle mani di Jimi Hendrix, la chitarra diventò una voce che raccontava l’America nella sua interezza: ferita, elettrica, vibrante. E sarà anche la “consumazione” di una generazione che, a partire dalla controcultura esplosa all’indomani della Summer of Love, aveva provato a cambiare, almeno con le idee e le parole, il mondo. Mondo che allora, a due anni di distanza da Monterrey, deflagrava come la chitarra di Hendrix.

Fonti: Woodstock – I tre giorni che hanno cambiato il mondo di Mike Evans e Paul Kingsbury ed. Hoepli.
https://rebelstudio.it/2020/08/17/lunedi-woodstock-hendrix/

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