Let it be, ne sono certo, è la prima canzone “internazionale” di cui ho un ricordo nitido. Dalla radio che diffondeva la musica in cucina, sul frigorifero, uscirono le prime note di un pianoforte. Io ero lì, la prima elementare la avrei iniziata a settembre, ma qui eravamo nel marzo, forse aprile del 1970. Da poco Adriano Celentano e Claudia Mori avevano vinto il festival di Sanremo con la discussa “Chi non lavora non fa l’amore”, brano, si disse, per “crumiri”, proprio al termine del cosiddetto autunno caldo, nel biennio di lotta che portò all’approvazione dello Statuto dei lavoratori. In pratica, la Costituzione entrava finalmente nelle fabbriche. Fu il mio primo Sanremo e quella la prima canzone italiana, insieme ad altre partecipanti a quel festival, che ricordo. Anche qui ho impresso nella mente il divano di casa e la televisione che raccontava uno dopo l’altro gli splendidi brani di quella edizione: “La prima cosa bella” di Nicola di Bari e Ricchi e Poveri, “L’arca di Noè” di Sergio Endrigo, “L’eternità”, Ornella Vanoni e i Camaleonti, “La spada nel cuore” di Little Tony, “Io mi fermo qui”, i Dik Dik. Ma torniamo all’ennesimo capolavoro dei Beatles. Qualche anno dopo mi imbattei nel video ufficiale del brano, tratto dall’omonimo film. All’inizio Paul, con barba incolta e un po’ trasandato, inizia a suonare il pianoforte a coda. Solamente lui e il piano, sembra una preghiera… Al 40” secondo George inizia ad accompagnare con la voce, poi al 50” secondo Ringo attacca con il charleston e di seguito George inizia l’accompagnamento con la chitarra elettrica. John sembra in disparte, pizzica il mi basso e il la della sua chitarra, anche molto lentamente. Poi al minuto 1,53” accade qualcosa di inaspettato, un vero cambio di rotta: inquadratura su un musicista di colore, all’epoca a me sconosciuto, mani che fluttuano sull’organo Hammond e via…Let it be prende quota. Pochi accordi per far decollare definitivamente il brano nelle vie dell’indimenticabile. Da qui in avanti George, Ringo, Paul e John si rincorrono per poi trovare l’unisono. Nel video John, probabilmente anche per esigenze cinematografiche, continua con il mi basso e la, ma, nella registrazione in studio del brano, fu sua la parte del basso lasciata “incustodita” da Paul.
Ma chi era quell’organista? Mr. Billy Preston, il quale deve sicuramente la sua fama alle collaborazioni con i Beatles ed i Rolling Stones, ma che si è dimostrato un artista capacissimo di una propria storia musicale. Siamo davanti ad un bambino prodigio che a tre anni suona il piano e a dieci prende parte ad un’orchestra sinfonica. A sei anni suonò l’organo con Mahalia Jackson, la regina del gospel, a dieci anni la sua prima apparizione in un film “St. Louise Blues”, per interpretare la parte del compositore, padre del blues, William C. Handy bambino. Ma il vero talento musicale venne apprezzato da Sam Cooke che lo produsse, appena sedicenne, in alcuni dischi strumentali per la sua etichetta S.A.R… Dopo qualche anno, accompagna Ray Charles nella sua lunga tournée mondiale. Durante una delle tappe conosce George Harrison e da quest’incontro nasce la collaborazione con i Beatles in Let it Be e Get back. Lo si intravvede, tra l’altro, per pochi secondi alle spalle di Paul, al timone del suo organo Hammond, nel famoso concerto sul tetto della Apple music a Seville Row.
Da queste intense collaborazioni nasce anche il musicista con i suoi brani più celebri: il singolo “I wrote a simple song” e l’album “Music in my life”. Tante anche le cover famose, destinate per sempre all’immortalità: “Eight days a week”, “Downtown” (successo di Petula Clark anche in italiano con il titolo Ciao, Ciao), “Goldfinger”, “My girl”, “Stop in the name of love”, tra le altre. Ma la fama di Preston si consolida negli anni 70 quando adotta un nuovo strumento elettronico, il Clavinet, una sorta di piano elettronico, secco e martellante il cui suono è analogo a quello della chitarra elettrica. Tale strumento contribuì, in gran parte, alla trasformazione della musica funky nella disco music che nella seconda metà degli anni ’70 iniziava a compiere i primi passi ed a scrivere un altro importante capitolo della storia della musica.

Fonte: La grande storia del rock. Ed. Curcio.

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