Ad ogni festa, c’è sempre qualcuno che si imbuca. Lo sappiamo. Era una “consuetudine” ai nostri tempi e, ne sono sicuro, anche oggi nell’era dei social, per cui un invito a una o più persone viene “spammato” a molte altre. Poi c’erano quelli che andavano direttamente dall’organizzatore/festeggiato e dicevano: “che fai non mi inviti?” La nostra “imbucata”, non fa parte né dell’una, né dell’altra categoria. Si chiamava Melanie Anne Safka-Schekeryk e diverrà nota con il nome di Melanie. Iniziò a studiare e suonare il pianoforte sin da bambina, accomunando lo studio alla passione per il canto e iniziando quindi ad esibirsi nei locali di New York, dove era nata. Fu scritturata dalla Buddah Records che condivideva l’edificio con l’ufficio di Arte Kornfeld e Michael Lang, gli illuminati organizzatori del festival di Woodstock. Proprio grazie alla diretta conoscenza dei due, chiese sommessamente se potesse far parte del novero dei cantanti invitati alla kermesse, pensando di dover partecipare, come lei stessa confidò, ad “una specie di picnic nei prati, con le famiglie e le coperte sull’erba. Una cosa molto carina: arte, artigianato, e cose del genere”. I due risposero affermativamente e Melanie iniziò il viaggio di avvicinamento a Bethel con la sua auto, in compagnia della mamma. Non direi proprio una modalità di viaggio da grande star del rock! I membri dell’organizzazione diedero loro appuntamento in un hotel, comunque distante dal luogo del concerto. Da quell’hotel, in cui incontrò casualmente una Janis Jolpin attorniata dai giornalisti, venne fatta salire su un elicottero e portata nei pressi del palco. Lei sola, la mamma rimase a terra! Melanie, che non era mai salita su un elicottero, poté vedere la moltitudine di gente che affollava le strade e i prati e capì finalmente di non partecipare ad un picnic sul prato. Venne fatta riparare in una tenda, anche perché la pioggia aveva iniziato a scendere incessante, e qui, tutta tremante di paura più che di freddo, fu accolta da una rasserenante Joan Baez che gli offrì un the (o forse meglio una tisana) per calmarla. Intanto si era fatta sera: era il 15 agosto del 1969, il primo giorno del grande concerto. Dopo che Ravi Shankar, il grande sitarista indiano, fu costretto a tagliare il proprio set alle 22.35 a causa della pioggia, la Incredible String Band si rifiutò di salire sul palco: avrebbero potuto virare su una scaletta acustica, ma il loro repertorio necessitava di una interpretazione quasi esclusivamente elettrica, che sarebbe stata improponibile in quelle condizioni meteo. Quindi Melanie venne invitata a salire sul palco, quasi senza preavviso. Aveva all’attivo un solo album “Born to be” e iniziò timidamente a pizzicare le corde della sua chitarra, esibendosi per più di mezz’ora con un repertorio di sette canzoni. La più conosciuta dal pubblico era “Beautiful people” che venne accompagnata dallo scintillio delle candele distribuite da tale Wavy Gravy del collettivo Hog Farm, incaricato di aiutare l’organizzazione nei preparativi del festival, preoccupato più per il buio pesto che si percepiva man mano che ci si allontanava dai bagliori del palco. Proprio tale esperienza, che trasformò per la prima volta il prato in un cielo stellato, ispirò Melanie che di lì a poco scrisse la canzone “Lay down (Candles in the rain), divenuta in seguito un grande successo internazionale. Da quel momento in avanti, un classico rituale nei concerti durante brani lenti o canzoni iconiche, è quello di “ondeggiare”, una volta l’accendino, ora lo smartphone, per accompagnare le note della canzone prescelta. Fondò successivamente la Neighborhood Records, la prima etichetta indipendente di proprietà femminile nella storia del rock, secondo quanto dichiarato dai suoi rappresentanti. Brand New Key, il suo primo brano per la Neighborhood, dominò le classifiche in tutto il mondo, inclusi Stati Uniti, Canada e Australia.


“Mentre camminavo su quella passerella, mi staccai dal mio corpo. Fu la mia prima esperienza extracorporea. Potevo vedere il mio corpo. Mi ero davvero staccata. C’era una grande tranquillità e mi sono vista sedermi, cantare, tuto era molto pacifico, vedevo una ragazza che cantava. A un certo punto tornai in me e in quel momento vidi un campo che iniziava ad illuminarsi di candele. E fu un’esperienza spirituale pazzesca. Percepii questo incredibile flusso di energia umana in connessione. Questa specie di affetto caldo e totalizzante da una massa di persone. Quell’immagine non mi lascerà mai, era come vedere le lucciole danzare…”


Fonti: “Woodstock, i tre giorni che hanno cambiato il mondo”. Mike Evans, Paul Kingsbury. Ed. Hoepli.

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