Qualche anno fa, ricevetti in regalo un testo di Ermanno Labianca, giornalista nel campo della musica e dello spettacolo: “Like a Rolling Stone. 40 anni di cantautori americani, da Bob Dylan alle nuove generazioni”. Numerosi gli artisti inseriti in questa superba raccolta, dal menestrello di Duluth a Billy Joel, Carol King, Stephen Stills, David Crosby, Neil Young, Joni Mitchell e tanti altri. Il gotha della musica cantautorale americana. Lessi il volume con rara bramosia, cercando di voler conoscere un po’ tutto di tutti. Mi soffermai, tra l’altro, su una biografia di un artista, all’epoca, a me sconosciuto: tale Fred Neil. E mi accorsi con immensa sorpresa che il Nostro aveva scritto nel 1966 la epica “Everybody’s Talkin’”, portata al successo dopo essere stata inserita nella colonna sonora di “Un uomo da marciapiede” con la voce di Harry Nilsson e, soprattutto, con un diverso arrangiamento. Nel giro di pochi giorni il disco contenente la famosa canzone era sul mio giradischi. Fred Neil il titolo, forse per non dare troppo nell’occhio. Un album di rara bellezza, nel quale si incontrano diverse sonorità: folk, blues, country, gospel, qualche scampolo di rock ‘n roll e, soprattutto la splendida voce “baritonale” di Fred che, con la sua 12 corde, accarezza il tempo. Un personaggio di rara cultura musicale, avendo girato gli USA negli anni ’40 e ’50 con il padre, rappresentante di juke box e fornitore di dischi, ascoltando praticamente tutti i dischi pubblicati in quegli anni. In chiesa si appropriò del gospel e nell’ambiente domestico della musica country, prima di essere folgorato anch’egli dal ritmo di Jerry Lee Lewis e Buddy Holly, il quale nel 1958 registrò anche una sua canzone: “Come Back Baby”. Inoltre, per Roy Orbison scrisse “Candy man”, lato B del 45 giri “Crying”. Si trasferì in pianta stabile a New York nel Greenwich Village e qui, immerso nella musica folk, incontrò Bob Dylan del quale, si dice, fu uno dei primi estimatori. Tanti incontri con musicisti di talento: Vince Martin, con il quale formò un duo chitarristico, John Sebastian, futuro fondatore dei Lovin’ Spoonful, Felix Pappalardi, prima produttore dei Cream e poi fondatore dei Mountain, tutti della generazione “Woodstock”. Da quegli incontri nel 1964 uscì un album: Tear Down The Walls. Successivamente, nel 1965 pubblicò la sua seconda produzione, sempre accompagnato dai suoi amici musicisti: Bleecker & MacDougal. L’incipit della title track è: “I was standing on the corner of the Bleecker and MacDougal” che a me ricorda tanto “I was standing on the corner in Winslow Arizona” in Take it easy degli Eagles, tappa obbligata per chi percorre la Route 66 (ovviamente nessuna corrispondenza tra le due canzoni…). Nonostante il grande valore musicale delle sue canzoni, la fama di Fred rimase confinata all’interno del Greenwich tra pochi e fortunati intenditori. Non amava la popolarità, rifuggiva le grandi platee, preferendo pochi ma importanti luoghi musicali. E per questo, anche al fine di trovare un po’ di serenità, si trasferì in Florida, dove fu assiduo frequentatore del Miami Seaquarium, nel quale vivevano liberi cetacei e delfini. Proprio la passione per i delfini lo portò a scrivere “The Dolphins”, splendido brano inserito nel disco omonimo del 1966. E’ l’album di Everybody’s Talkin’” che, come accennavo, troverà la sua consacrazione, come colonna sonora del celeberrimo film. Nel 1967 Fred registrò alcune improvvisazioni insieme ad altri musicisti e tutto il materiale fu raccolto in “Session” che rappresenta forse il punto più alto della sua carriera musicale. Nel 1971, prima di uscire di scena e ritirarsi in Florida presso i suoi delfini, pubblicò “Other Side Of This Life”, collaborando, tra gli altri, con Dino Valenti, Gram Parsons e Stephen Stills. La sua ultima esibizione pubblica risale al 1981, in un concerto all’aperto all’Old Grove Pub di Coconut Grove. Morì, e qui veniamo al mistero, secondo Labianca nel 1980 (essendo nato nel 1941), secondo le fonti di internet, tra le quali Ondarock, nel 2001 (essendo nato nel 1936). Propenderei per un errore in buona fede del giornalista, anche se il mistero alimenta mistero, come la poca popolarità di questo musicista. Richie Unterberger, autore e giornalista americano, esperto in musica popolare, ne tratteggia un profilo: “In un’epoca in cui molti suoi contemporanei volevano cambiare il mondo o sfogare frustrazioni personali, Neil appariva come un osservatore distaccato, a volte perplesso, occasionalmente sopraffatto, un uomo di campagna che voleva soprattutto fuggire dal caos della grande città verso un proprio rifugio privato. Inoltre, evitava le strutture tradizionali strofa-ritornello-ponte a favore di composizioni lente ed ellittiche, dove atmosfera ed espressività contavano più dei messaggi diretti”.
Fonti: Ondarock
Like a Rolling Stone (Ermanno Labianca).

